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L'avvocato Cagoja

Per concessione dell'autore pubblichiamo di seguito il Capitolo IV, tratto dal romanzo "Corruptocrazia" di Maurizio Bardi. Di seguito il Capitolo XVII, on line su da alcune settimana
L'avvocato Cagoja sembrava un po’ stupido come uno di quei piccioni che si aggirano nelle piazze volteggiando meccanicamente la testa, ansiosi di avvistare una briciola di cibo. Non rappresentava la stupidità, rappresentava la professionalità del piccione. In questo c’era qualcosa di nobile. Sembrava un buon uomo, soltanto portatore di una piccola debolezza, quella di essere pronto alla peggiore viltà pur di soddisfare, in modo disinterassato, gli uomini potenti.
Al suo fianco si stagliava sopra di lui di venti centimetri la moglie, una bella donna mora, giovane. Al contrario del marito il suo modo di guardare era come bloccato. Guardava le cose e le persone allo stesso modo, come se fossero cose, con un sorriso immutabile.

 
Corruptocrazia
8 aprile 2026

QUARTO CAPITOLO

L’avvocato Cagoja

L’avvocato Cagoja se ne stava impettito con le spalle alla finestra e continuava a roteare gli occhi senza sosta.
Sembrava un po’ stupido come uno di quei piccioni che si aggirano nelle piazze volteggiando meccanicamente la testa, ansiosi di avvistare una briciola di cibo. Proprio per quella interminabile mobilità, per quel continuo voltarsi e rivoltarsi a scatti, assomigliava decisamente a un piccione. Aveva un evidente complesso di essere deriso, un retaggio di molti anni prima quando non saltava mai un udienza aspettando dai giudici la nomina a difensore di ufficio .
Finalmente Martin capì la vera indole di quel ridicolo omettino. Cagoja non rappresentava la stupidità, rappresentava la professionalità del piccione. In questo c’era qualcosa di nobile. Sembrava un buon uomo, soltanto portatore di una piccola debolezza, quella di essere pronto alla peggiore viltà pur di soddisfare, in modo disinterassato, gli uomini potenti.
Al suo fianco si stagliava sopra di lui di venti centi- metri la moglie, una bella donna mora, giovane. Al con- trario del marito il suo modo di guardare era come bloc- cato. Guardava le cose e le persone allo stesso modo, come se fossero cose, con un sorriso immutabile.

L’ometto con i baffi all’insù, per qualche motivo ignoto, aveva messo in moto la curiosità di Martin.
Così l’uomo della Jaguar, il giorno dopo, appena in- contrò Sordello subito gli chiese: «Conosci l’avvocato Cagoja?»
«Certo! L’avvocato di Agata!»
«Agata? Chi è Agata?»
«Se lo faccia raccontare dal sindaco?» «Dal sindaco? E come?»
«Gli chieda della Fattoria Gialla, quella nel bosco, sul bordo del fiume. È una delle case pù belle di Acquacheta.»
«Va bene, Servello. Grazie dell’informazione».
Verso sera, al bar dell’Hotel La Verde Luna, Martin fermò Vanni Musetto: «Mi hanno parlato della Fattoria Gialla», gli disse, «sono molto interessato a saperne di più».
«Perchè le interessa? »
«Sto cercando una casa da comperare».
Si infilarono entrambi nel corridoio che conduceva alla reception e uscirono nel giardino, era già piuttosto buio.
Vanni si accese nervosamente una sigaretta e disse, con aria guardinga, rivolgendosi a Martin: «La Casa Gialla? Meglio non parlarne in pubblico. Cercherò di aiutarla».
Un paio di giorni dopo, in tarda mattinata, Atamante telefonò all’uomo della Jaguar.
«Il Sindaco vorrebbe invitarla a un’escursione poco distante da Malnido», proferì con voce gentile. «Ha qualcosa da farle vedere. Possiamo passare a prenderla all’hotel?».
«Certo» rispose Martin.
«Fra due ore saremo lì».
Nel primo pomeriggio, come accadeva talvolta, Malnido venne permeata da una luce fioca che lasciava però molto spazio ai profumi dei fiori. Alle tre circa un’auto blu arrivò alla Verde Luna e ripartì immediatamente. Guidava Atamante, Malatesta stava alla sua destra, nel sedile posteriore c’era Aino, il Vicesindaco, che invitò l’ospite a sedersi al suo fianco. Attraverso i vetri del finestrino Martin gettò una sguardo indagatore alla luce tenue dei boschi che si proiettava in un cielo verde scuro. E gli sembrò che quel cielo tentasse di risucchiarlo in un baratro, in una sorta di burrone.
«Che cosa significava» pensò «quella specie di allucinazione?».
Dopo un viaggio di mezz’ora, imboccarono l’ultimo tratto di strada, che non era asfaltato, finché Atamante rallentò e parcheggiò l’auto di fronte alla casa. Si trattava di una fattoria con una struttura settecentesca dipinta di giallo ocra, probabilmente ricostruita più volte, circondata da un bosco verde scuro che cento metri più avanti dissolveva dolcemente la propria penombra verso un torrente. Le porte e le finestre erano chiuse, su tutto incombeva un’atmosfera letteraria. Un po’ tenebrosa.
Martin scese per primo.
«Questo luogo è bello» disse «ma è anche molto strano. A chi appartiene?»
«Appartiene a noi» strillò il Sindaco.
«Nel senso che è una proprietà di famiglia?»
Il Vicesindaco Aino si frammise nel discorso: «Non importa di chi era, ora è nostro».
Poi cambiò tono e continuò: «Che ne pensa Martin?».
«È il luogo ideale per riorganizzare la propria vita» rispose l’uomo della Jaguar.
«Un prestigioso agriturismo, con maneggio, scuderia e cavalli ....» commentò Aino «... potrebbe essere un’ottima idea. Siamo disposti ad aiutarla per i permessi».
«Certo» commentò Martin. Poi soggiunse: «Però ho in mente qualche cosa di molto più importante».
«Le troveremo anche i contributi per la ristrutturazione», esclamò il Sindaco.
Martin sentiva il cuore che gli batteva nel petto. Era attratto da quella fattoria e nel contempo provava una sensazione di repulsione.
Fortunatamente aveva imparato a mascherare i propri sentimenti e nessuno si accorse del suo cupo stato d’animo.


Martin era ansioso di interrogare Sordello.
Il giorno dopo si presentò al ristorante e appena lo vide, prima di ordinare, gli disse: «Ho visitato la Fattoria Gialla, quella sul torrente, in mezzo al bosco. Ho saputo che appartiene al Sindaco».
«Hmm».
«Che significa hmm? »
«Hmm significa che mi si stringe il cuore».
«Cosa mi nascondi, Sordello? Tu sai qualcosa della fattoria e ....»
«Certo che lo so!»
«È forse un segreto?».
«Ad Acquacheta tutti conoscono la storia di Agata. Ma nessuno ne parla».
«Sordello, non fare il difficile. Racconta».
«Il proprietario della fattoria non è il Sindaco».
«La fattoria non è sua?»
«No».
«Di chi è allora?»
«Di sua madre».
«Di sua madre? Però questo non cambia granché le cose».
«La fattoria ora appartiene a loro. Legalmente. Ma in realtà l’hanno rubata».
«Rubata? Come rubata?»
«È una storia triste».
«Vai avanti».
La voce di Sordello divenne roca:
«Era una domenica di quarant’anni fa. La famiglia proprietaria della fattoria, una tranquilla famiglia di Malnido, decise di passare una giornata nel prato sopra il canyon. Durante il picnic all’aperto sull’erba, la bambina più piccola, di circa sei anni, vide una farfalla, si alzò di scatto e la inseguì. Sfortunatamente scivolò».
«Scivolò dove?»
«Scivolò giù nel burrone. A pochi metri da lei c’era suo fratello più grande di quattro o cinque anni. Nel tentativo di afferrarla anche lui cadde nel burrone. Prima la madre poi il padre accorsero per cercare di aiutarli, ma anche loro caddero nel burrone, uno dietro l’altro».
«Qualcuno è intervenuto, per tirarli fuori?»
«Da allora non sono stati trovati, mai più. Di tutta la famiglia rimase solo Agata, la terza figlia, appena più grande dei suoi fratelli».
«Quindi lei si è salvata?»
«Sì».
«E ora dov’è?».
«Rimase sola, era una bambina».
«Sì ma dov’è? Chi si è preso cura di lei?»
«Ad Acquacheta non aveva parenti» continuò Sordello, «così andò a vivere a Parigi, presso una lontana zia che era emigrata là alcuni anni prima. Agata non se la passò bene in Francia. Dovette affrontare una fortuna avversa, senza soldi, senza genitori, per di più sfruttata dalla famiglia della zia, insomma il destino le ha riservato una vita difficile».
«Ma è più tornata ad Acquacheta?», chiese Martin.
«La fattoria sul torrente rappresentava l’aggancio con i ricordi. Non ha mai voluto venderla. Ogni tanto tornava. Non spesso, una volta ogni tre o quattro anni. Non aveva molti soldi».
«E poi che successe?»
«Qualche anno fa alcuni conoscenti la chiamarono al telefono a Parigi».
“Devi venire subito ad Acquacheta!”, le dissero. “Vieni subito! Sulla tua proprietà c’è una richiesta di usucapione!”.
Agata raccolse i suoi risparmi, prese l’aereo e arrivò».
«E una volta arrivata che fece?»
«Andò in Tribunale, si fece fare una copia dei documenti e si rivolse a un avvocato».
«Quale avvocato?»
«L’avvocato Cagoja. Il nome le fu dato dalla cancelleria del Tribunale».
«L’avvocato Cagoja? E poi che accadde?»
«Agata andò da Cagoja, gli fece vedere gli atti e gli raccontò la vicenda. L’avvocato le disse che non esistevano problemi, che era tutto a posto, che sarebbe stato sufficiente fare opposizione e la fattoria sarebbe rimasta sua».
«Certo», commentò Martin.
«Agata pagò in anticipo la notula e ripartì rincuorata per Parigi, convinta di aver risolto il problema».
«Invece?»
«Dopo qualche mese i suoi conoscenti la richiamarono al telefono: “Devi venire subito, il Tribunale ha assegnato la fattoria a chi aveva fatto richiesta di usucapione”.
Agata ritornò in fretta ad Acquacheta, andò da Cagoja, ma lui non la ricevette. Lei però si piazzò davanti al suo studio finché non riuscì a parlargli.
“Insomma mi vuole spiegare cos’è successo, mi aveva detto che non ci sarebbero stati problemi!” gli chiese finalmente.
“Devi capire”, rispose l’avvocato, “ci siamo trovati di fronte a persone molto potenti. Non ho presentato l’opposizione nel tuo interesse, ti avrebbero distrutto.”
«E Agata cosa fece?»
«Guardò Cagoja, si voltò e uscì dallo studio. Fu colta dalla depressione. È tornata a Parigi e ad Acquacheta non ha mai più messo piede».
«E la fattoria com’è finita nella disponibilità del Sindaco?»
«Nella disponibilità di Lucida Mansi, la madre».
«La madre del Sindaco?»
«Sì. La pratica di usucapione era stata presentata dalla madre del Sindaco».
«Vigliacchi!» esclamò indignato Martin lasciandosi sfuggire un gesto di stizza.
«Sì, Lucida Mansi è una persona ignobile, una vera strega!» commentò Sordello. Poi aggiunse: «Il suo aspetto è terribile. I suoi capelli sono tinti di biondo platino, non esce mai di casa senza essersi cosparsa di quattro mani di cipria bianca, indossa sempre occhiali scuri da sole con tanti diamantini incastonati nella montatura. Una vera strega!».
Martin digrignò i denti, poi disse con rabbia: «Ma l’usucapione deve essere documentata».
«A suo favore hanno testimoniato gli amici del Sindaco, primo fra tutti il dottor Zanche. La cosa più facile è stato corrompere Cagoja. Tutti furfanti, anime vendute».
Martin era impietrito sulla sedia.
«Sono turbato. E non accade tanto facilmente», commentò.
Con timore ripensò all’allucinazione che lo aveva colto mentre era in auto con Malatesta, quando gli parve di essere risucchiato in un burrone.
Pensò ad Agata e rimase assorto per qualche minuto. Poi si riprese e ordinò l’agnello arrosto.
Appena ebbe terminato di pranzare, salì velocemente in camera e trascrisse sul suo Mac la storia che gli aveva appena raccontato Sordello.

 

 
 
Corruptocrazia

Pubblichiamo di seguito il capitolo XVII del romanzo "Corruptocrazia" , intitolato "La tangente salverà il mondo", edito da TBook
Il libro è disponibile in libreria e su Amazon

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CORRUPTOCRAZIA
La tangente salverà il mondo
31 gennaio 2026
 
Capitolo XVII

1
Martin era esausto, ma anche emozionato. Voleva sapere. Ingurgitò tre pasticche di magnesio in una volta sola e afferrò il primo libretto.
Notò subito il titolo sulla copertina, vergato a mano: «Incontro con Eris».
Ebbe la senzazione di trovarsi di fronte a qualche verità incomprensibile, fantastica.
Con un certo timore passò alla seconda pagina e cominciò a leggere quello che sembrava un romanzo breve.

2
DALLA CARTELLA ROSSA DI MAX
Incontro con Eris.
Racconto di Max Stradivari «Bertoldo e Ciacco pretendevano la tangente. Se avessi rifiutato, la ricompensa sarebbe stata la solitudine. È la solitudine, non la virtù che si oppone alla corruzione.
Jerez de la Frontera è una città dell’Andalusia, di pietra e di giardini. Siamo arrivati di sera dopo un lungo viaggio in auto di oltre duemila chilometri ed abbiamo incontrato subito una città frastagliata di palazzi bellissimi che mescolano lo stile del Rinascimento ad elementi islamici e al gotico spagnolo.
Per Bertoldo, l’Impiegato, e per Ciacco, il Direttore, il vero problema era trovare un albergo di lusso: il Castello del Parador era il posto giusto.
Da lì prendemmo un taxi e andammo in un ristorante, egualmente di lusso, nel centro storico. Lo sfarzo del luogo, secondo Ciacco, avrebbe dovuto facilitare la chiusura del patto, ma io del patto ero all’oscuro, ero concentrato su ciò che avremmo dovuto decidere il giorno dopo.
Si trattava di una grande idea. Qualche geniale ed anomalo funzionario di Bruxelles aveva recuperato i fondi per dar vita a una testata europea, della quale avrebbero fatto parte tanti piccoli giornali indipendenti sparsi dal Nord al Sud, dall’Est all’Ovest del vecchio continente.
Il finanziamento sarebbe transitato attraverso i dipartimenti di molte province europee. Acquacheta era stata scelta come il Dipartimento capofila, quello che avrebbe gestito i soldi.
La cena andò benissimo. Fino al cognac. Dopo il cognac, il Direttore guardò l’Impiegato scoprendo il piano. Lui cambiò umore e la sua voce mutò: “Saremo noi, noi del Dipartimento di Acquacheta, che avremo il compito di amministrare i conti”, disse Bertoldo senza sotterfugi”.
“Sarà il direttore della rivista di Acquacheta a realizzare il progetto editoriale, a scegliere i collaboratori, mettere in piedi l’organizzazione, inventare il settimanale cartaceo e il giornale online”.
“Max”, continuò Bertoldo “avrai un sacco di soldi da spendere. Però sia chiaro: se non ci darai la nostra parte, noi la convenzione non la firmeremo”.
“Ma ti rendi conto?” borbottai sbigottito. “Abbiamo viaggiato per duemila chilometri, stiamo realizzando un piccolo grande giornale che darà voce a tutti i Promèteo incatenati nelle montagne più nascoste d’Europa e tu mi chiedi la tangente, la tangente per realizzare una grande idea”.
“Così va il mondo”, disse Ciacco.
“Che devo fare?” borbottai.
“Devi darci la nostra parte.”
“Va bene”, sospirai disperato.
“La nostra parte è trentamila euro. A testa”.
“Va bene” e non dissi più nulla.

3
Bertoldo è un tipo particolare. Lo sapevano bene negli uffici del Dipartimento.
Era costantemente preso dal desiderio di apparire e per questo era pericoloso.
I suoi miti erano gli Alti Ranghi. I suoi capi lo portavano nei ristoranti di lusso e con una cena lo ammaliavano. Poi lui per giorni raccontava, a chi aveva la circostanza di incontrarlo, i dettagli dei piatti prelibati e del vino D.O.C. bevuto in compagnia dei suoi idoli.
Tutti sapevano che Bertoldo non era un genio, ma aveva pregi ben più rilevanti. Era un piccolo burocrate servile, fedele, affascinato, ossequioso.
Dopo il ristorante, cominciò l’esplorazione del centro storico di Jerez de la Frontera, affollato di movida, di pub, di ragazze attraenti.
Ero turbato, Ciacco se ne stava in silenzio, senza rivelare alcun stato d’animo, e ogni tanto sussurrava a Bertoldo qualcosa a bassa voce.
Stavo pensando a quello che era successo e non riuscivo a digerire, nonostante la cena mi fosse sembrata leggera e insuperabile.
“Cazzo”, pensai “sono qui per realizzare un’utopia, trenta testate piccole, indipendenti, che stanno per federarsi in un’unica testata europea! E perché ciò avvenga devo pagare la tangente! Cazzo!”
Non sapevo cosa fare.
Per distrarmi guardai una giovane donna che mi stava passando davanti agli occhi.
“E’ bellissima!”, esclamai, senza rendermi conto che parlavo da solo a voce alta.
“Concordo”, annuì Bertoldo, molto rilassato giacché il patto di corruzione era stato siglato.
Seguimmo la ragazza bionda. Camminava ancheggiando e mostrava sotto la minigonna un paio di gambe perfette. Entrò in un pub e si avvicinò al banco del bar. Ci sedemmo vicino a lei, l’Impiegato tirò fuori i soldi della missione e ordinò una bottiglia di champagne. Poi ancora un’altra. Bevevamo e le sfioravamo le gambe lisce e abbronzate.
Il suo volto aveva il colore dell’alba e comunicava un vigore crudele che apparteneva, contrariamente alla sua carnagione, a chissà quale pianeta.
I suoi occhi erano impressionanti: ci guardavano con una forza ipnotica che si amalgamava alla perfezione delle sue tette, delle sue gambe, del suo corpo snello.
A tratti le sue pupille si rilassavano e la sua bocca si assottigliava in un sorriso. Eris, la tentatrice, la potente dea della discordia, capace di trasformarsi in mille donne, ci aveva sedotti, anzi rapiti, stregati, ammaliati.
Spudoratamente ci chiese di fotografarla con le gambe accavallate e la camicetta sbottonata sul reggiseno nero. Poi ci intimò dolcemente di mettere quell’immagine nella tasca della giacca. E di esserle fedeli.
Ciacco tirò fuori la sua nuovissima macchina digitale e le fece un ritratto, poi le disse: “Stamperò la tua foto e la porterò sempre con me”.

4
Nella rappresentazione della bellezza ognuno di noi dà forma alla proprie idee platoniche.
La corruzione ha in sé una grande bellezza. Bisogna lasciarsi andare, abbandonarsi, se si vuole capire fino in fondo che cosa sia veramente: perversione, ma anche bellezza.
La corruzione è un problema teologico più complicato del problema del male. L’atto della corruzione è un’esperienza che rivela ogni volta una nuova vertigine. L’orgasmo che il corrotto prova nel momento preciso in cui il fluido della tangente, con la sua forza magnetica, passa di mano è un’esperienza senza uguali.
Il male possiede uno strano fascino. In quel grande buco metafisico del male circondato dal fascino si cela il mistero della corruzione.
La corruzione salverà il mondo?

5
Tornato in albergo a tarda notte, mi sentivo stordito. Mi avevano fatto sedere a un tavolo e mi avevano fatto accettare un patto, dal quale ero attratto come da una vertigine.
Pensavo agli occhi della dea Eris, al suo sorriso di sirena e avevo una gran voglia di assaporare la beatitudine della corruzione.
Stavo accettando di corrompere me stesso nel campo d’azione che più mi rappresentava, in un campo d’azione che per me aveva il valore di una missione. La mia debolezza mi sembrava ripugnante. Ma ne ero attratto.
Non riuscivo a dormire.
Finché accadde qualcosa. Non so cosa. Decisi di partire subito, in piena notte, senza avvisare i miei compagni di viaggio.
Bertoldo e Ciacco erano arrivati insieme a me, con la mia auto. Alla mattina scoprirono di essere rimasti a piedi a oltre duemila chilometri da casa.

6
Ero salito in macchina, una Mercedes blu, comoda e spaziosa. Dovevo decidere l’itinerario, se seguire il percorso per Malaga e la costa oppure puntare verso Siviglia e poi da lì risalire verso la Francia e l’Italia.
Scelsi Siviglia. Erano appena passate le sei del mattino, pensavo a quello che stavo facendo e tutto mi sembrava irreale.
Avevo portato il mio spirito alla lingua del cobra e ora stavo fuggendo. Mi guardavo da fuori e sentivo di appartenere al mondo della corruzione come una faccia che ci appare in sogno appartiene al mondo reale.
Dopo quattro ore di viaggio intravidi in lontananza la sagoma della città di Siviglia. Il cartello verde dell’autostrada indicava la direzione “Centro”.
Misi la freccia e puntai verso il casello.

7
Ci sono personaggi nel vortice dei soldi che passano attraverso i finanziamenti europei che appartengono alla cosiddetta “Selva Oscura”, quel luogo che secondo Dante sta tra la Terra e l’Inferno. Sono i mediatori della Tangente Europea.
A un convegno o a una cena o a una riunione mondana è possibile trovare sempre qualcuno di loro. Possiedono la grande arte di far sorridere sindaci e sindache, presidenti e assessori, funzionari di dipartimento e di regione. Non dicono mai cose troppo intelligenti, né troppo comiche e fanno in modo che tutto quello che dicono siano piccolezze che tranquillizzino chi ha in mano la cassa dei soldi. Si considerano istruiti ed eleganti e non tralasciano mai di raccontare, con falsa modestia, l’ultimo viaggio di lavoro a Bruxelles. Hanno tutti una fantasia ricorrente: quella di arrivare un giorno a frequentare la City.

8
Ad Acquacheta, il personaggio chiave del mondo di mezzo era Bernardo Madolfi.
Giacca blu Burberry, pantaloni beige Burberry, camicia azzurra Burberry, cravatta di cashmire, si presentò grintoso all’appuntamento, che mi aveva richiesto prima che partissi per Jerez de la Frontera. Era molto seccato.
“Gli eretici sono i distruttori dell’Ordine Europeo. Smettila di fare l’eretico, stai creando problemi a tutti noi. Come fai a non capire che così va il mondo”.
“Quindi” soggiunse cambiando voce e assumendo un tono pacato e gentile “tu darai a Bertoldo e a Ciacco quello che ti chiederanno. Io gliel’ho già dato. Così vivremo tutti felici e contenti”.
“Non credo che mi chiederanno qualcosa” risposi, senza far trasparire il più piccolo turbamento.

9
Eretici?
L’azione si svolge in Spagna, a Siviglia, al tempo più pauroso dell’Inquisizione, quando ogni giorno nel paese ardevano i roghi per la gloria di Dio e con grandiosi autodafé si bruciavano gli eretici.
Egli volle visitare i suoi figli proprio là dove avevano cominciato a crepitare i roghi degli eretici. Egli scende verso le vie roventi della città, in cui appunto la vigilia soltanto, in un grandioso autodafé, alla presenza del re, della corte, dei cavalieri, dei cardinali e delle più leggiadre dame di corte, davanti a tutto il popolo di Siviglia, Torquemada, il Cardinale Grande Inquisitore aveva fatto bruciare in una volta, ad majorem Dei gloriam, quasi un centinaio di eretici. Il testo che ho appena menzionato, tratto da “I Fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij, fa parte del capitolo “Il grande inquisitore”, fra le pagine più belle della letteratura di tutti i tempi.
Lo scrittore russo mette in scena il ritorno di Gesù. Milleseicento anni dopo.
È un manifesto contro l’imbecillità degli inquisitori, categoria mentale fatalmente legata alla violenza della corruzione. È soprattutto un inno agli eretici, i suoi figli eretici che “Egli volle visitare proprio là dove avevano cominciato a crepitare i roghi”.

10
Ero arrivato a Siviglia. Avevo passato una notte senza dormire. Ero turbato dai miei pensieri. Improvvisamente lo vidi, davanti alla fontana di “Plaza de la Virgen de los Reyes”. Torquemada veniva lento verso di me, i suoi occhi mi fissavano.
“Ti brucerò sul rogo degli eretici!” mi urlò.
La mia anima si dibatteva, tremante e spaurita. Poi sentii la sua mano sulla mia spalla. E mi svegliai.
Il cameriere del Bar Catedral, situato proprio di fronte alla Cattedrale di Santa María de la Sede, la più grande di Spagna, edificata sull’antica moschea di Almohadi, mi porse il caffè che avevo ordinato qualche minuto prima.
Il piano di marmo rosa del tavolino, a cui mi stavo appoggiando, rifletteva un’enorme testa di toro imbalsamata, appesa ad un pilastro all’interno del caffè. Era una testa di toro del colore della pece, con le corna e le narici bianche. Emanava un’espressione di forza, una forza sbalorditiva. Sembrava che tutta la forza del potere di Torquemada si fosse concentrata in quella testa di toro. Gli occhi di quella testa mi guardavano intensamente e più mi avvicinavo, più guardavano fin dentro di me. Vivi e spietati.
Quegli occhi cominciavano ad attrarmi, erano gli stessi occhi della ragazza bionda di Jerez de la Frontera. In quegli occhi era sancito l’ordine minaccioso, inviolabile, di sottomettermi. Sembrava che fossero stati strappati dal corpo di Torquemada e messi lì, chirurgicamente, in quella testa, per perpetuare il potere del Grande Inquisitore.
Subito dopo dalle labbra del toro uscirono delle parole: “Perché vuoi disturbarci? Sai che cosa succederà domani? Domani stesso io ti farò ardere sul rogo, come il peggiore degli eretici. E tutti coloro che oggi ti ammirano, domani, a un mio cenno, attizzeranno il tuo rogo. Lo sai? Sì, tu lo sai”.
La bellezza della corruzione mi stava chiamando, sentivo che si stava incarnando dentro di me quell’orribile demone che ti trasforma da eroe in corrotto.
Ero spaventato.
Mi balenò il pensiero di mollare le mie stupide idee e di tornare a Jerez de la Frontera, da Bertoldo e da Ciacco. Avrei pagato, mi sarei sottomesso e avrei goduto a più non posso con la giovane ragazza bionda grazie ai soldi del Dipartimento di Acquacheta.
Al diavolo, proprio così, al diavolo l’informazione indipendente!»  

 

 


 
                         
 
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